Villa delle Rose, ‘Screen Life’ una mostra ripercorre i 26 anni di ricerca di Flavio de Marco
Aperta al pubblico lo scorso 31 gennaio e visitabile fino al 29 marzo 2026 nella suggestiva cornice di Villa delle Rose (Via Saragozza 228/230) — sede distaccata del Mambo – Museo d’Arte Moderna di Bologna — Screen Life ripercorre i ventisei anni di ricerca di Flavio de Marco, artista originario di Lecce che oggi vive e lavora tra Berlino e Urbino. L’esposizione, curata da Lorenzo Balbi in collaborazione con Galleria Studio G7, rientra nel palinsesto istituzionale di Art City Bologna 2026 e raccoglie gli esiti della poetica dell’artista, che fin dagli esordi riflette sul concetto di schermo come nuovo paesaggio contemporaneo, indagato attraverso le molteplici possibilità del medium pittorico.
Da sempre interessato al rapporto tra arte, paesaggio e tecnologia, Flavio de Marco costruisce una narrazione ibrida che registra il passaggio dall’analogico al digitale, pur restando saldamente ancorata alla dimensione pittorica e alla pratica manuale. Fin dagli esordi, nei primi anni Duemila, la sua ricerca si concentra sulle contraddizioni introdotte dalla tecnologia nel nuovo millennio, interrogandosi sul senso della pittura dopo l’avvento degli schermi e delle immagini digitali. Partendo dal genere del paesaggio, de Marco rilegge la tradizione in un’inedita chiave contemporanea. Nelle sue tele, non si limita a rappresentare ciò che lo circonda: la sua spiccata sensibilità lo porta a indugiare su luoghi turistici, vedute celebri e scenari facilmente riconoscibili, filtrandoli attraverso fotografie, archivi online e immagini digitali. Per de Marco non è tanto importante rappresentare fedelmente il mondo, quanto riflettere su come esso venga percepito nella contemporaneità, attraverso i filtri di schermi e dispositivi tecnologici che restituiscono immagini standardizzate e globalmente condivise.

Il paesaggio diventa più di una mera rappresentazione geografica: si eleva a luogo mentale e culturale, intrecciandosi con la dimensione narrativa più strettamente personale. Screen Life è un progetto che sintetizza in modo chiaro gli esiti della ricerca di de Marco, riflettendo sul concetto di “vita nello schermo”. Il titolo stesso rimanda alla condizione contemporanea: la nostra esperienza del mondo avviene, sempre di più, attraverso dispositivi digitali. Le immagini già mediate — come quelle pubblicate sui social media, negli archivi digitali o sui siti di turismo — permettono di osservare il mondo anche senza farne diretta esperienza.

Lo stato attuale delle cose porta l’artista a porsi una domanda ben precisa: che senso ha dipingere un paesaggio, quando quello stesso paesaggio viene prima esperito come immagine digitale? Le oltre settanta opere in mostra, raggruppate in nove nuclei tematici dai titoli evocativi — Autoritratto, Paesaggio, Orizzonte, Souvenir, Vedute, Fiction, Xenia, Virtual Reality e Avatar — danno vita a una narrazione per immagini pulita e analitica della società, priva di dramma romantico o nostalgia e, al contrario, intrisa di nuova consapevolezza. La superficie pittorica subisce incursioni di elementi estranei alla rappresentazione: gli sfondi a tema naturale di opere come Paesaggio (2006) o Paesaggio con veduta (Bologna I) (2009) — che ricordano, per la precisione quasi esagerata, gli sfondi artificiali dei desktop — vengono invasi e sopraffatti da moduli geometrici ripetuti, richiamando per forma e palette cromatica le cartelle di un computer. Il paesaggio assume sempre più una funzione decorativa, soprattutto nell’estetica del viaggio. In questa ottica, diventa del tutto plausibile che una località di montagna austriaca appaia come sfondo di un sito di trasferimento file, come accade nel ciclo Add Files – Montafon (2014-2025), uno dei più significativi di de Marco.

Qui, il paesaggio naturale incontaminato si trasforma in immagine artificiale, rielaborata secondo logiche digitali. In altri cicli, come quelli legati al progetto dell’immaginaria isola di Stella, il paesaggio si intreccia con l’identità e la narrazione personale dell’artista stesso, attraverso una visione stratificata di cartoline, manifesti, mappe, navigatori satellitari e guide turistiche. I confini tra reale e immaginario, tra analogico e digitale, tra vero e falso si fanno sempre più labili, culminando negli Avatar, una serie in cui vengono rappresentati robot-artisti, influencer e identità inesistenti con fedele pretesa di realtà. La ritrattistica si mescola quindi a riferimenti ipertestuali, attingendo sia al lessico visivo di Instagram sia a quello dei videogame. Con Screen Life, de Marco ci mette di fronte alla fragilità della nostra esperienza visiva, con uno sguardo che non pretende di giudicare, ma invita a prendere consapevolezza del peso dello sguardo, ricordandoci che osservare può — e deve — rimanere un atto critico.

Foto copertina:Flavio de Marco, Paesaggio con veduta (Bologna I), 2009, Ph. Ornella De Carlo

