Vivere da cani: Astarte e il congedo di Paz dalla guerra della vita (e dell’arte)

di Lara De Lena.

Anche Andrea Pazienza, con il suo ultimo e incompiuto Storia di Astarte, si inserisce in un filone letterario che, da Jack London a Matt Haig, racconta le vite di uomini dal punto di vista di un cane.

Andrea Pazienza e Marina Comandini ©Marina Comandini Pazienza

«Una notte, mi apparve in sogno un cane nero orbo, così brutto che mi svegliai»: è questo l’inizio dell’ultimo sogno di Andrea Pazienza, un sogno interrotto alla decima pagina a causa della morte tragica e improvvisa di Paz per overdose. Il fumetto, pubblicato nel n. 46 dalla rivista Comic Art nel luglio 1988, si apre con la celebre citazione di Giovanni Pascoli rivolta l’impresa libica italiana «La grande proletaria si è mossa verso la quarta sponda» introducendoci subito a Cartagine, nel corso delle sanguinose guerre puniche tra Annibale e i romani. Ma siccome Paz doveva sempre fare a modo suo questa storia è una controstoria, è un fermo immagine della Seconda Guerra Punica dalla parte degli africani piuttosto che dei romani e dalla prospettiva di un animale e non di un uomo. Il gigantesco mastino Astarte e suo fratello Baal sono due cani guerrieri, addestrati per volere di Annibale (e suoi fedeli e indefessi servitori) a uccidere fin dalla nascita. E per raccontare la sua storia, dopo la gloriosa morte a Zama in battaglia, Astarte entra nel sogno di Andrea, chiedendogli di abbandonarsi a un (tragicamente profetico) sonno ancora più profondo per consentirgli di raccontare la sua storia. Il racconto si dipana in un flusso che tra lucido disincanto e tacita malinconia scorre tra le vicende dei suoi avi e il suo crescere da cucciolo guerriero che, suo malgrado, lo rende uno spietato assassino senza lasciargli il tempo di prenderne coscienza, se non a tratti, quando prova quell’umanissima paura di chi si sente solo e al buio. 

Vignetta da Storia di Astarte (©Marina Comandini Pazienza)

Un decennio fa la Fandango ha riproposto Storia di Astarte e Roberto Saviano, che ha curato la presentazione della pubblicazione, ha scritto nella prefazione che il racconto è «un sogno classico, di quelli che quando ti svegli ti senti al centro dell’universo, come se avessi fatto parte della storia e il tuo fosse stato un ruolo attivo» e sicuramente Andrea lo è stato attivo, davvero fino alla fine. 

Storia di Astarte ci presenta la guerra come parte della quotidianità in cui la morte, violenta, ingiusta e inaspettata è all’ordine del giorno: nulla di così nuovo poiché questo genere di temi è assolutamente in voga negli anni ’80 nel cinema, nella letteratura, nei comics e nei cartoni animati. Basti pensare, tra gli altri, al manga giapponese post apocalittico Ken il guerriero, disegnato da Tetsuo Hara, alla fantascienza distopica di John Carpenter in 1997 Fuga da New York o ancora a trasposizioni cinematografiche dedicate alle guerre del passato come Conan il barbaro, ispirato tra l’altro ai racconti fantasy di Robert Ervin Howard apparsi sulle pagine di Weird Tales nel lontano 1932.

Copertina del n. 35 di Comic Art nel 1987 (disegno di Andrea Pazienza) (©Marina Comandini Pazienza)

Ciò che è unico (ancora una volta) è il modo in cui Pazienza racconta questa vita immersa nella morte: il messaggio non vira in apologetici machismi guerrafondai, non cade nel tranello della retorica pacifista o ecologista e non cela messaggi politici. È solo, e ancora, la riscoperta della propria umanissima debolezza a un passo dalla fine. È così che questo cane diventa l’ultimo e il più autentico e immediato dei tanti ritratti che Paz ha regalato a sé stesso e (fortunatamente) a tutti noi. 

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