Workshop, Forme della filosofia e linguaggi dell’arte

di Alberto Merzari.

La Filosofia, l’Arte. Tre giorni di workshop per ripensare un complesso binomio 

Dopo oltre un anno di incontri e convegni nella strana solitudine degli spazi virtuali, la collaborazione tra il Dipartimento di Filosofia e Comunicazione del nostro Ateneo e il Dipartimento di Filosofia dell’Università di Padova ha permesso di organizzare presso la sede patavina uno dei primi eventi accademici integralmente in presenza. Si è svolto così tra il 14 e il 16 ottobre il workshop Forme della filosofia e linguaggi dell’arte, un’iniziativa del prof. Francesco Cattaneo (Università di Bologna) e del prof. Fabio Grigenti (Università di Padova) che ha coinvolto figure di spicco dell’Estetica e della Storia della Filosofia, di ambito nazionale e internazionale. «L’idea è nata poco prima della pandemia», hanno spiegato gli organizzatori, «abbiamo dovuto chiaramente aspettare un po’ di tempo perché potesse finalmente concretizzarsi». Nonostante l’incertezza di un’emergenza sanitaria non ancora del tutto archiviata, i tempi, questo ottobre, sembravano sufficientemente maturi. E a giudicare dalla soddisfazione dei partecipanti, dall’ampia adesione di studenti e studiosi e dal grande entusiasmo con cui tutti hanno riscoperto il piacere di una discussione a viva voce, si è trattato di una scommessa vincente. 

Prof. Francesco Cattaneo

La formula, per questa ripartenza, non voleva essere quella del classico – e talvolta statico – convegno accademico. Piuttosto, quella di un laboratorio che desse ampio spazio a momenti di interazione e discussione condivisa, perché questi tre giorni fossero finalmente l’occasione di mettersi tutti al servizio di un comune percorso di ricerca. Attraversando autori e contesti solo apparentemente lontani – dal Romanticismo tedesco ad Alan Turing, dal Bauhaus ad Antonio Gramsci, dall’arte cinese a Werner Herzog – i quattordici relatori hanno cercato di suscitare, da diverse prospettive, una riflessione attorno ad una domanda ben precisa: in che modo si sono relazionate e possono, eventualmente, ancora aspirare a relazionarsi l’arte, nella pluralità dei suoi linguaggi, e la filosofia? Sono forse troppo distanti per potersi parlare in modo profondo? O sono viceversa tanto vicine da apparire, in definitiva, oggi più che mai, indistinguibili?

Che quello tra la filosofia e le arti sia nel mondo occidentale un rapporto complesso, ambivalente, segnato da laceranti contrapposizioni e profondi fraintendimenti, ma spesso anche da misconosciute affinità e inavvertite consonanze, ce lo rivelava già – come è stato ricordato a più riprese nel corso del workshop – il mondo greco antico. Non solo perché molti di quelli che siamo soliti considerare i primi pensatori (Parmenide, Anassagora, Empedocle) consegnarono all’esametro i balbettanti inizi della tradizione filosofica; ma anche perché lo stesso Platone, che pure nello Ione e nella Repubblica sembrerebbe voler programmaticamente rescindere ogni legame tra la speculazione filosofica e l’enthusiasmòs artistico, non cessa di affidarsi nei suoi miti alla densa eloquenza delle immagini, e giunge persino a definire la filosofia «la più grande tra le arti musaiche». 

Sarebbe stato il corso successivo della storia del pensiero occidentale-europeo, o almeno una sua significativa parte, a marcare tra la filosofia e le arti una divaricazione sempre più netta. La filosofia, da un lato, cominciò a rappresentare se stessa come un sapere rigoroso, oggettivo, capace di elevarsi – nella pura dimensione della logica e del concetto – al di sopra di ogni compromissione con la sensibilità. Le arti, d’altro canto, venendo meno ogni riconoscimento dell’esperienza ispirativa e dello statuto profetico dell’artista, rimasero a poco a poco imbrigliate in una concezione soggettivistica della creatività, che avrebbe ridotto l’opera d’arte a prodotto espressivo di una interiorità individuale. Dentro questa polarizzazione – che per molti versi continua a condizionarci, in modo più o meno irriflesso – quello tra la filosofia e la pratica artistica viene a delinearsi come un legame estrinseco e inessenziale. La filosofia può naturalmente occuparsi delle arti, elevandole a oggetto della propria riflessione in modo addirittura sistematico (si veda il sorgere di discipline come la filosofia della letteratura o della musica), e così le arti possono veicolare, deliberatamente o no, un contenuto filosofico (si veda il fenomeno della cosiddetta arte concettuale): queste reciproche compenetrazioni, tuttavia, non eliminano, e anzi a ben vedere testimoniano, una discontinuità sostanziale tra l’ambito filosofico e quello artistico. Concepiamo l’idea di una filosofia dell’arte e di una filosofia nell’arte proprio perché – potremmo dire – questi due mondi ci appaiono, originariamente, irrelati.

Il workshop è partito da qui, per tentare di problematizzare questa separazione epocale e recuperare il nesso profondo che lega la filosofia all’arte. In che modo? Innanzitutto sforzandosi di non incorrere nell’errore uguale e contrario – come ha ricordato a conclusione della prima giornata la prof.ssa Giuliana Gregorio (Università di Messina) – quello cioè di avvicinarle a tal punto da identificarle, perdendo di vista ciò che in ogni relazione è più prezioso e necessario: il manifestarsi di una differenza. Non si tratta di promuovere «un’assimilazione del dire artistico da parte della filosofia», tanto meno di rassegnarsi a un «indebolimento estetizzante» di quest’ultima come mera «costruzione retorica finzionale», ha osservato la studiosa. L’«interrelazione» tra il discorso filosofico e quello artistico – se autentica interrelazione può mai esserci – deve evitare ogni reductio ad unum e lasciar anzi affiorare, nell’unità del dialogo, l’ineliminabile scarto tra due dimensioni che «mantengono una loro specifica autonomia». 

Sufficientemente distanti da potersi arricchire in modo fruttuoso, ma non tanto da non potersi intendere affatto, l’arte e la filosofia possono comunicare perché illuminano lati diversi di un qualcosa di comune. Se il dialogo con la filosofia può rammentare all’arte che essa, lungi dall’essere primariamente o soltanto l’imporsi di un gesto soggettivo di creazione, è nel senso più essenziale anche un dire e uno svelare, e che, come tale, è sempre in un rapporto con la questione della verità, il dialogo con l’arte può viceversa rammentare alla filosofia che, dietro alle proprie rivendicazioni di oggettività e trasparenza, essa – su questo soprattutto hanno insistito le relazioni e i dibattiti – non può eludere la questione della forma.  

Il titolo stesso di queste tre giornate – Forme della filosofia e linguaggi dell’arte ha cercato di mettere quest’ultimo punto fin da subito in chiaro. Il pensiero si costituisce sempre in forme determinate, secondo precise fisionomie e a partire da precisi accessi; di tutto ciò, tuttavia, il filosofo spesso non si avvede prima di riconquistare familiarità con il fare artistico. «La scoperta del nesso tra filosofia e arte è soprattutto la scoperta del nesso tra filosofia e forma», ha sintetizzato il prof. Cattaneo a conclusione dei lavori. Ma che importanza ha per la filosofia – ci si potrebbe in fondo chiedere – questa scoperta? Accorgersi che il pensiero ha sempre una sua forma significa in primo luogo prendere coscienza di come ogni configurazione del discorso filosofico – dal dialogo al trattato, dall’aforisma al commento – porti con sé, in modo più o meno inapparente, vincoli e curvature proprie. Ma accostare il nesso tra filosofia e forma significa anche, e forse ancora più significativamente, vedere come la tradizione filosofica occidentale nel suo complesso abbia un proprio stile e propri margini; come al di là di essa – in tradizioni, ad esempio, sufficientemente lontane – risiedano possibilità del pensiero che cadono fuori dai contorni e dalle consuetudini del nostro angolo visuale. Nella questione della forma si apre, insomma, la possibilità di far emergere quella fisionomia logico-razionalistica del pensare che è propria di ciò che chiamiamo philosophia e di abituarsi a non considerarla semplicemente (o ingenuamente) l’unica forma possibile. 

Di questo e di molto altro ha parlato il workshop patavino, seguendo la lezione e l’esperienza di grandi figure degli ultimi due secoli e mostrando come la filosofia, misurandosi con l’arte, possa aprirsi, inverarsi, rinnovarsi. L’auspicio per il futuro è che un tale dialogo trovi occasioni per ripetersi e che anche il mondo dell’arte possa in qualche contesto raccogliere, dal suo lato, un confronto altrettanto fruttuoso con il discorso filosofico. Per chi si è perso l’occasione di questa riflessione collettiva, intanto, non resta che attendere il numero monografico di Estetica. Studi e Ricerche in cui presto confluiranno gli atti: non c’è dubbio che anche in questo caso la diversa forma del riflettere – questa volta per iscritto – sia destinata a innescare, ipso facto, una riflessione già nuova.

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