Pagliacci: la commedia è finita!
Nel mese di dicembre dello scorso anno, durante la serata di mercoledì 18, è stato rappresentato sul palco del Teatro Comunale Nouveau, una delle sedi provvisorie del Teatro Comunale di Bologna, lo spettacolo forse più noto del repertorio operistico di Ruggero Leoncavallo: Pagliacci. Diretto dal celebre Daniel Oren, con l’originale regia di Serena Senigaglia, questo spettacolo ha chiuso la stagione operistica di quest’anno con grande acclamazione da parte del pubblico.
Ci troviamo quindi nella calda Italia meridionale, sul finire del secolo lungo e sotto un sole di mezz’agosto vediamo svilupparsi le vicende scatenanti dell’opera. Gli stilemi sono quelli propri della tragedia ottocentesca: il tradimento amoroso, il desiderio di compiere la fuga d’amore, la vendetta e l’omicidio. Tutti quanti però versati in un contesto particolarmente ironico. I personaggi principali, che attivano il meccanismo drammatico della tragedia, sono membri di una compagnia teatrale e recitano nelle parti delle tradizionali maschere carnevalesche, come Arlecchino o Colombina. Una sorta di allegoria della tragedia quindi, che osserva come dietro alla dissimulazione teatrale s’ascondano i veri volti delle maschere e le loro autentiche emozioni.
Considerando l’opera sin dal suo cominciamento, notiamo la vena contemporanea che immancabilmente gli spettacoli del Comunale proposti al Nouveau innestano nelle loro rappresentazioni. La serata s’aprì infatti a sipario tirato e l’effetto che, salendo dalle scale tappezzate di velluto verde, si generò una volta raggiunta la platea, avviò spettacolo ancor prima di accomodarsi al posto. L’immagine di un palcoscenico posto sopra ad un palco quasi completamente spoglio campeggiava ampiamente sulla visuale della scena. Presi i posti e spentesi le luci, ecco subito un’altra particolarità di questa versione di Pagliacci. Normalmente la presentazione del tema è la protagonista dell’inizio di ogni opera, ma ancora una volta il Nouveau ha deciso di allentare i legami con la tradizione ed infatti, mentre il maestro Oren dirigeva l’introduzione musicale, ecco che sulla ribalta cominciarono a saettare da destra a sinistra e vice versa, diversi operatori di scena, che gradualmente ricoprirono i piani del proscenio con strisce eterogenee di spighe di grano raccolte. Il senso del movimento degli attori nei panni del personale era perfettamente bilanciato con i toni del motivo ed una volta terminato l’allestimento il palcoscenico assunse l’aspetto di un campo dorato.
Con il procedere degli eventi dello spettacolo i solisti hanno avuto modo di dimostrare il loro calibro ed uno ad uno, partendo da Tonio, Roman Burdenko baritono, che fra tutti si è certamente distinto per intensità del canto, si sono esibiti mostrando al pubblico personalità e turbamenti dei loro personaggi. Così Canio, interpretato Mikheil Sheshaberidze tenore, ha retto l’assolo di Vesti la giubba, trasmettendo tutta l’intensità del dolore che, una volta appreso l’adulterio di Nedda, lo scuote assieme al senso del dovere, portando il pagliaccio sul palco a svolgere il suo lavoro per l’ultima volta. A seguire ancora la bella Nedda, Francesca Sassu soprano, autrice con Beppe, Marcello Rosiello tenore, del fatale tradimento, ha occupato la scena dei campi di grano con la sua voce delicata e con l’amante ha realizzato lo splendido duo notturno di dichiarazione dei sentimenti Si, ti guardo e ti bacio! T’amo t’amo. Il maestro Oren anche questa volta ha saputo deliziare gli spettatori con la sua immancabile professionalità, nella gestione dei pianissimi, nella coordinazione coi solisti che mai son stati coperti dal fragore orchestrale ed infine, nella magistrale delicatezza con cui ha chiuso il sipario prima della pausa.
Considerando la scena, facciamo un ulteriore passo in direzione dell’eccellenza. La brillante regia di Serena Senigaglia ha portato sul palcoscenico una versione semovente de Il quarto stato di Pellizza da Volpedo, che ricalca perfettamente il tema estetico che ci si immagina quando si pensa al periodo verista nelle campagne del Mezzogiorno. L’accostamento dei colori delle spighe di grano, l’uniformità delle tinte dei costumi del coro dei mezzadri e il fondo della scena che alternava fra il color seppia per il giorno e l’intenso blu notturno, hanno conferito alla rappresentazione una profondità estetica in grado di evocare le suggestioni storiche dell’opera. Il teatro dopotutto realizza, nel quadro della scena tutta, una serie di luoghi che sono estranei gli uni agli altri, direbbe Foucault, ed il caso dell’alternanza fra notte e giorno, fra riflessioni bucoliche dei personaggi e l’acme terminale dell’omicidio, hanno caratterizzato questo spettacolo in maniera tanto figurativa quanto scenografica, diversificando gli ambienti ricreati sul palco ed impattando visivamente sul pubblico in platea.

