Living, Working, Surviving
Si intitola Living, Working, Surviving la mostra, a cura di Urs Stahel, che Fondazione Mast – Manifattura di Arti, Sperimentazione e Tecnologia (Bologna, via Speranza, 42) dedica al fotografo canadese Jeff Wall (Vancouver, 1946). Il progetto, inaugurato lo scorso 7 novembre 2025 in concomitanza con la VII edizione di Foto/Industria e visitabile fino al prossimo 8 marzo 2026, ripercorre le tappe fondamentali della ricerca di una delle figure più influenti della fotografia contemporanea.
Ventotto opere, tra lightbox e stampe di grande formato a colori e in bianco e nero, realizzate in un arco temporale di oltre quarant’anni – dal 1980 al 2021 – restituiscono al pubblico la complessità della ricerca di Jeff Wall, artista che, come pochi altri, è riuscito a catturare l’essenza della modernità. Tra i principali esponenti della cosiddetta “Vancouver School” – il gruppo di artisti che negli anni Ottanta ha contribuito a ridefinire i canoni e il ruolo della fotografia sulla scena artistica internazionale – Wall si è spesso definito un “pittore della vita moderna”, per la sua capacità di affrontare soggetti quotidiani e apparentemente umili con la stessa attenzione narrativa e compositiva tradizionalmente riservata alla pittura di storia.

Nei suoi scatti, l’ordinario si trasforma in straordinario: i gesti semplici di chi lavora e svolge attività quotidiane e ripetitive vengono elevati e investiti di un’importanza inedita. Queste incursioni nella vita altrui, che appaiono come frammenti sottratti a soggetti inconsapevoli, sono in realtà veri e propri tableaux: scene costruite e meticolosamente orchestrate, spesso con l’impiego di attori, set e una rigorosa regia visiva, talvolta ulteriormente assemblate e rielaborate in post-produzione. Ispirandosi alla pittura dei grandi maestri del passato – dall’attenzione ai minimi particolari di Velázquez, alla tragicità romantica di Delacroix, fino al rigore prospettico di Manet – Wall restituisce un universo di scene enigmatiche e complesse, sospese nel tempo e nello spazio, nelle quali l’osservatore è invitato a indugiare, a fermarsi e a interrogarsi.

Le opere di Wall, al pari delle tele dei grandi maestri, esigono silenzio e introspezione, ponendosi in aperto contrasto con la bulimia visiva che caratterizza la nostra epoca e con la rapidità intrinseca del medium fotografico. Allontanandosi dall’idea di “istantanea” e privilegiando la costruzione meditata di immagini cariche di significati celati, Wall trasforma la fotografia in una forma narrativa d’arte, sospesa tra la cinematografia di ispirazione neorealista e gli stilemi dell’arte concettuale. A partire dal 1978, Wall introduce nella pratica i lightbox, diventati poi la sua cifra stilistica per oltre trent’anni. Questi pannelli retroilluminati, spesso di grandi dimensioni, conferiscono alle immagini una luminosità intensa, rendendole quasi in movimento e amplificando la loro forza narrativa.

La percezione di dinamicità lega indissolubilmente questa produzione al cinema e al teatro, ma non solo: la retroilluminazione evoca cartelloni pubblicitari, vetrine e insegne urbane, instaurando un dialogo diretto con la vita moderna e i suoi spazi visivi quotidiani. Inoltre, la luce agisce come guida per lo sguardo, accentua la concentrazione e isola l’immagine dall’ambiente circostante, costringendo anche lo spettatore più distratto a fermarsi e osservare, quasi ipnotizzato. Se nei lightbox Wall pone lo spettatore al centro della scena, con la sua produzione fotografica, prima in bianco e nero e poi a colori, il registro cambia radicalmente, restituendo immagini che non rivelano, ma nascondono; ampio spazio è dedicato al contesto urbano, teatro delle vicende sia degli individui ai margini sia della classe media. Per Wall, non esistono gerarchie nel raccontare le vite ai margini: ogni storia ha valore, spesso pari o superiore a quella di chi domina nella società.

Il suo sguardo si sofferma sulle persone in difficoltà, conferendo alle loro esperienze la stessa dignità e rilevanza di chi detiene il potere. Chi lavora, chi vive, chi sopravvive è il vero eroe, il pilastro silenzioso del mondo. Per questo motivo, gli scatti dell’artista immortalano spesso persone impegnate in lavori umili, osservate da lui stesso in maniera diretta, conferendo loro valore e dignità. L’ambientazione delle vicende narrate nel romanzo Umiliati e offesi di Dostoevskij viene trasposta da San Pietroburgo a Vancouver, nel quartiere scelto da Wall per il suo atelier. Un’area problematica, abitata da persone povere e clochard, che consente al fotografo di entrare in contatto con gli ultimi, raccontandone le storie con il massimo rigore e obiettività possibile e conferendo loro la stessa dignità e rilevanza di qualunque altra vicenda umana.

Foto copertina: Jeff Wall, Dressing Poultry, 2007, Courtesy Cranford Collection, London

