Concetto Pozzati. Da e per Morandi
Inaugurata lo scorso 17 gennaio e visitabile fino al 15 marzo 2026, Concetto Pozzati. Da e per Morandi mette in dialogo le ricerche di due protagonisti fondamentali della storia dell’arte del secondo Novecento: Giorgio Morandi e Concetto Pozzati. Negli spazi di Casa Morandi (Via Fondazza, 36), le opere di Pozzati risuonano instaurando con la poetica del maestro bolognese un confronto fondato sulla reciprocità. La rassegna, a cura di Maura Pozzati in collaborazione con Archivio Concetto Pozzati, rientra nel programma di Art City Bologna 2026, il palinsesto espositivo che, dal 5 all’8 febbraio 2026 animerà la città in occasione di Arte Fiera con una ricca proposta di mostre ed eventi culturali. Per ulteriori approfondimenti sul programma di Art City, si rimanda all’articolo della storica dell’arte Lara De Lena.
Sono molti gli artisti e le artiste che, nel corso della loro carriera, si trovano a confrontarsi con l’ingombrante eredità di Giorgio Morandi, soprattutto quando il discorso si radica nel contesto bolognese. Tra questi figura senza dubbio Concetto Pozzati (Vo’, 1935 – Bologna, 2017), che non ha mai nascosto la complessità di questo rapporto, arrivando a definire Morandi «un uomo scomodo, che non ho amato e che non amo, a differenza dello spessore di quel microcosmo irraggiungibile che era la sua pittura». Nato in una famiglia di artisti – il padre Mario, pittore, e lo zio Severo, noto come Sepo, tra i più importanti illustratori della grafica pubblicitaria del Novecento – Pozzati cresce in un ambiente fervido e ricco di stimoli culturali, che contribuiscono a delineare il profilo di una figura di notevole spessore intellettuale e di un artista dalla personalità complessa e sfaccettata. Passato alla storia come “il corsaro della pittura” per la sua straordinaria capacità di costruire ponti dialoganti tra le diverse correnti artistiche del dopoguerra – dall’Informale al Surrealismo, dalla Pop Art alla Nuova Figurazione italiana – Pozzati dà forma a un universo iconografico interiorizzato, attraverso il quale rilegge i grandi maestri del passato in chiave tutta contemporanea.

Il titolo della mostra, Concetto Pozzati. Da e per Morandi, allude proprio a questa sua peculiare inclinazione “cleptomane”, che consente all’opera di Morandi di risuonare, rivestita di un nuovo abito, all’interno della sua ricerca sperimentale. Per Pozzati, infatti, non dovrebbero esistere gerarchie nella storia dell’arte: che si tratti di una tela di Léger, di Morandi o di un artista considerato “minore”, al centro della sua pratica vi è la convinzione che l’arte generi altra arte e che, proprio per questo, ogni opera meriti la stessa dignità. La “rapina” dei grandi maestri diventa così uno strumento di riflessione sul concetto stesso di arte, instaurando un rapporto paritario in cui vengono meno tempo, confini e gerarchie, e innalzando il linguaggio pittorico a una dimensione autre. Il tempo sospeso e meditativo di Morandi si fa per Pozzati terreno di misura, a partire dal quale costruire un ponte tra dimensioni solo apparentemente distanti: un dialogo continuo che prende forma tanto nei dipinti a lui dedicati quanto nei testi e nelle riflessioni sul suo metodo pittorico.

È proprio a partire da Da e per Morandi – la serie di lavori che Pozzati dedica al “maestro del silenzio” – che Pozzati avvia una riflessione sul concetto di eredità artistica, intesa come parte integrante del processo creativo stesso, in un movimento circolare di andata e ritorno (“da e per”). La selezione di opere in mostra mette inoltre in evidenza il passaggio dalla fase iniziale di Pozzati, segnata dalle tracce caotiche e materiche dell’Informale degli anni Cinquanta, a una stagione successiva che caratterizzerà la sua produzione matura, orientata verso la serializzazione e il rigore geometrico di un’immagine ormai prossima alla sensibilità pop. In lavori come Da e per Giorgio Morandi (1964), tela che inaugura il percorso espositivo, questa evoluzione è perfettamente visibile nelle forme organiche che cercano maggiore struttura nello spazio e nella palette cromatica che inizia a orientarsi verso tonalità più misurate e controllate.

Nelle opere successive la ricerca di Pozzati si fa sempre più audace e sottile, come emerge dalle tele degli anni Settanta presenti in mostra, in cui l’omaggio a Morandi si trasforma nella presenza di un’assenza: le iconiche bottiglie vengono sostituite dai soli manicotti, attivando un raffinato meccanismo iconologico di matrice magrittiana. Il percorso si conclude con una serie di lavori dal significato profondamente intimo, legati alla sfera più emotiva dell’artista: il gioco surrealista lascia spazio al ricordo nella serie A casa mia (2007–2008), un nucleo malinconico e raccolto realizzato da Pozzati dopo la scomparsa della moglie Roberta. Qui la presenza dell’assenza si fa memoria domestica: Roberta continua a esistere attraverso una costellazione di oggetti personali che, grazie all’espediente narrativo della traslazione, diventano depositari di affetto, tracce tangibili di una vita condivisa. Nella ricerca di Pozzati, gli oggetti non sono mai semplici oggetti, siano essi quelli familiari di Roberta o quelli, inizialmente sconosciuti, provenienti dall’universo di Morandi. È proprio attraverso il contatto con queste presenze che l’artista impara prima a conoscere e poi ad amare il grande maestro, restituendone un ritratto vivido, sincero e rispettoso, filtrato da una visione profondamente introspettiva.
Foto copertina: Concetto Pozzati nello studio di Numana, Courtesy Settore Musei Civici e Vittorio Valentini

