Bologna Festival; sir Simon Rattle dirige la Chamber Orchestra of Europe
La primavera musicale felsinea si è dischiusa nel segno del prestigio musicale europeo. Lo scorso 29 aprile è stata inaugurata, presso l’Auditorium Manzoni, la quarantacinquesima edizione della rassegna Grandi Interpreti del Bologna Festival 2026. Per questo concerto inaugurale sono stati selezionati due protagonisti eccezionali, il direttore britannico Sir Simon Rattle e la Chamber Orchestra of Europe. L’evento, che è stato trasmesso in diretta da Rai Radio 3, è stato sviluppato attorno a tre componimenti, la Musica per archi, percussioni e celesta Sz.106 di Béla Bartók, l’italiana incompiuta Sarabande di Ferruccio Busoni e una delle più distintive partiture di Johannes Brahms la Sinfonia n4 in mi minore op.98.
Volendo presentare l’overture di un evento musicale così importante, come è il Bologna Festival 2026, non si può prescindere dall’analisi del capolavoro che ha aperto la serata. La particolare composizione di Bartók, datata 1936, si apre con un Andante tranquillo, movimento di labirintica tensione costruita sulla struttura fugata degli archi, tipica del rigore matematico bartokiano, per poi evolvere in un’atmosfera carica di inquietudine, quasi a presagire lo spettro di un evento avverso imminente. Di particolare rilievo è senz’altro l’impiego della celesta, strumento a tasti dal raro timbro metallico, etereo, che insieme alle percussioni, ha definito i toni spettrali della partitura. Se il secondo movimento ha mostrato un vigore quasi muscolare per il suo andamento, è senz’altro l’Allegro molto finale che ha reso la musica più accessibile, con un motivo trascinante e non offuscato dalla ricerca formale tipica di Bartók.
Dopo la pausa il programma ha subito una profonda metamorfosi, come se la musica si fosse improvvisamente dischiusa. Il primo fattore differenziale è stato Sarabande da Due studi per il Doktor Faust, che ha trasportato il pubblico in una dimensione evocativa aderente alle grandi architetture sonore di Sibelius, che ispirò dapprima Busoni per poi giungere sino a Čajkovskij. Dissipando inoltre i toni cupi della prima parte della serata e passando ad una narrazione musicale riflessiva, sospesa, il cui tempo lento e la densità accordale hanno conferito un carattere di staticità contemplativa, quasi metafisica, alla pagina. Nonostante la relativa brevità del brano, durato circa dodici minuti, l’impatto scenico è stato totalizzante. Sir Rattle ha rinvigorito la scena con una gestualità quasi istintiva, guidando gli orchestrali in un vero e proprio exploit espressivo, dinamico, coinvolgente e perfettamente unisono, come se i due elementi, bacchetta ed orchestra, si fossero uniti in uno soltanto, posto sul palco per il pubblico.
L’acme espressivo della serata è stato però raggiunto con la Sinfonia n4 in mi minore op.98 di Johannes Brahms. Sin dall’attacco, la solennità del compositore tedesco è emersa nella pienezza corale degli strumenti e nella profondità del suono, dopotutto, quest’ultima sinfonia del compositore rappresenta uno dei più alti momenti del sinfonismo ottocentesco, intrecciando una complessità di sintesi fra tradizione formale ed intensità espressiva. Emerge, di fatto, la polifonia tipica del barocco a cui l’autore guardava con grande ammirazione, specialmente nel celebre quarto movimento, l’Allegro energico e appassionato, che ha tutte le sembianze di una passacaglia, costruita su un basso di otto battute ispirato alla cantata Nach dir, Herr, verlanget mich BWW150 di Johann Sebastian Bach. L’importanza di questa ripresa formale sta al messaggio sottinteso, riproposto sul palco del Manzoni per il pubblico felsineo, estratto dallo schema che Brahms edifica in trenta variazioni timbriche e contrappuntistiche, che vanno esprimendo come una forma arcaica possa divenire veicolo di un moderno discorso sinfonico. A valorizzare ancora questa ultima parte dello spettacolo ha contribuito il mantenimento della vivida connessione fra direttore ed orchestrali. Durante il terzo movimento, l’Allegro giocoso, all’acuirsi della tensione armonica, Sir Rattle ha stabilito un contatto visivo fisso con il primo violoncello, una sorta di simbiosi musicale, che ha visto impegnato il direttore a tenere il tempo e lo strumentista a seguirne la scansione con precisione e coinvolgimento quasi religiose. 
Infine, dopo la chiusa dell’ultimo movimento della sinfonia di Brahms, una platea che non attendeva altro che potersi esprimere in un potente plauso alla bravura del direttore è stata trattenuta dalle parole di quest’ultimo.
‘’After this dark music, now let’s have some friendly music’’
A queste parole Rattle ha ripreso la bacchetta ed ha realizzato un bis perfetto, congedando il pubblico con la vitalità delle Danze Slave di Dvořák, completando la metamorfosi iniziata dopo l’intervallo e liberandosi della crisalide musicale inqueta con cui era stata aperta la serata, librandosi sulle più animose note offerte dalla vivacità del compositore allievo di Brahms.
Foto copertina: Sir Simon Rattle

