“Senza fine”, il titolo della mostra che Galleria Studio G7 dedica a Ulrich Erben
Si intitola Senza fine la mostra che Galleria Studio G7 (Via Val D’Aposa, 4/A) dedica a Ulrich Erben, artista tedesco originario di Düsseldorf, classe 1940, che da anni porta avanti tra Germania e Italia una ricerca legata alla pittura aniconica e alla Color Field Painting. La personale segna il ritorno in Italia dell’artista dopo due importanti esposizioni: il ciclo di eventi Incontri in Villa a Villa Brandolini d’Adda e l’intervento site specific Frammenti al Kappa-Nöun di San Lazzaro di Savena. La mostra sarà aperta al pubblico dal 30 aprile al 30 luglio 2026 ed è accompagnata da un testo di Martina Corgnati.
Grande maestro del colore, Ulrich Erben ha contribuito a ridefinire la pittura astratta europea dopo gli anni Sessanta, in un momento storico in cui si riteneva che la pittura “pura”, sospesa e silenziosa, avesse ormai esaurito la propria forza espressiva. Anche oggi, Erben sembra smentire i più scettici, presentando negli spazi della galleria un suggestivo nucleo di lavori inediti, realizzati tra il 2025 e il 2026 e riuniti sotto il titolo Senza fine. Come spiega Martina Corgnati — storica dell’arte contemporanea, critica d’arte, curatrice e docente — l’espressione italiana che dà il titolo ai lavori corrisponde, nella lingua madre dell’artista, a due parole: “endlos” e “grenzenlos”.

Se la prima coincide con la traduzione letterale di “senza fine”, rimandando all’idea di un tempo infinito e privo di conclusione, la seconda apre invece a suggestioni più evocative, alludendo all’abolizione dei confini, siano essi geografici o spaziali. È proprio questa la sensazione che si prova osservando un’opera di Erben: il colore si espande sulla superficie seguendo un ritmo che richiama quello musicale, in una sublime armonia di luci, ombre e ampie campiture cromatiche. Nelle sue tele, tempo e spazio sembrano ricongiungersi in una dimensione sospesa, scandita da tonalità e pigmenti che si fondono dando vita a qualcosa di inedito e difficilmente definibile. La poesia che attraversa la produzione di Erben parla direttamente alla dimensione emotiva dello spettatore, e il paragone con Mark Rothko e Barnett Newman appare tanto immediato quanto inevitabile. Con i grandi pionieri della Color Field Painting americana, Erben condivide infatti quella tensione spirituale che sulla tela appare così naturale e armoniosa da sembrare quasi frutto dell’emozione e del caso.

Dietro questa apparente casualità si cela invece una padronanza assoluta del medium pittorico e una profonda conoscenza delle combinazioni cromatiche, elementi che conferiscono alle opere di Erben una dimensione sospesa e contemplativa. La costruzione dell’immagine, frutto di un sapiente equilibrio geometrico fatto di blocchi e strisce rettangolari di colore — capaci di generare tanto armonie cromatiche quanto contrasti dissonanti — e la simmetria derivata da questo ordine rendono la superficie pittorica vibrante e vitale. Le tele sembrano suonare una melodia silenziosa, in sintonia con l’idea di music painting cara a Georgia O’Keeffe e Robert Delaunay. Ogni composizione invita chi osserva a rallentare lo sguardo, richiedendo un tempo di contemplazione lento, quasi meditativo. L’equilibrio armonico generato dai colori e dalle strutture crea un campo ottico in cui lo sguardo sembra perdersi; dai grigi agli azzurri fino alle tonalità più scure o metalliche, le tele di Erben riescono a evocare nuove percezioni cromatiche ed emotive. Le campiture, ampie e generose, lavorano attraverso minime variazioni tonali, rendendo visibile la luce e trasformando il vuoto in uno spazio attivo. Il bianco, ricorrente nei lavori di Erben, non è mai semplicemente bianco: ogni sfumatura, solo in apparenza essenziale, si rivela invece sorprendentemente cangiante, modificandosi in relazione alla luce, alla distanza e al tempo dell’osservazione. L’utilizzo del colore va oltre la dimensione tecnica, rivelando come, attraverso l’esperienza percettiva, sia possibile accedere a una dimensione non solo rappresentativa ma anche profondamente mentale e sensoriale, generando uno spazio che non chiede soltanto di essere osservato, ma soprattutto di essere “abitato”.

Questa specifica sensibilità viene mutuata da Erben dalla conoscenza dei grandi maestri del tonalismo del Rinascimento veneto — da Tiziano a Tintoretto fino a Giorgione — che, pur escludendo il disegno come elemento centrale, hanno saputo costruire forme ed evocare emozioni attraverso un uso sapiente e bilanciato di luce e colore. È forse per questo motivo che i colori di Erben, anche i più impalpabili e soffusi, conservano in sé una memoria architettonica capace di definire lo spazio che occupano, rivelando una sorprendente presenza strutturale. Nel suo complesso, il nucleo espositivo compone una storia narrata da più voci, dando vita a un vero e proprio concerto di elementi specifici, come se si trattasse dei diversi membri di un’orchestra sinfonica: insieme, queste presenze costruiscono una melodia nuova, in uno spazio-tempo mai identico a sé stesso e, appunto, senza fine.
Foto copertina:Installation view, “Senza fine”, Ulrich Erben, 2026, Galleria Studio G7, Bologna. Courtesy l’artista e Galleria Studio G7. Foto Francesco Rucci

