La Galleria de’ Foscherari ospita la mostra “Merci Satie”

Si intitola Merci Satie la mostra ospitata dal 3 giugno al 30 settembre 2026 negli spazi della storica Galleria de’ Foscherari (Via Castiglione, 2/b). Il progetto, accompagnato da un testo del critico e curatore Lorenzo Madaro, mette in dialogo gli universi poetici dell’artista Aldo Mondino e del compositore e pianista Erik Satie, uniti da un fil rouge tanto sottile quanto saldo: la musica. 

Due personalità anagraficamente e artisticamente distanti, ma accomunate da un approccio al linguaggio visivo e sonoro capace di scardinare e sovvertire le convenzioni. Nonostante le differenze di contesto e di epoca, sono numerosi gli elementi che avvicinano Erik Satie (1866-1925) e Aldo Mondino (1938-2005); tra tutti, il ricorso all’ironia e al paradosso come strumenti privilegiati di espressione e comunicazione. Vissuto tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, Satie è oggi considerato una delle figure più originali e influenti della musica moderna. Come spesso accade ai grandi innovatori, il suo linguaggio compositivo — distante dai virtuosismi romantici che ancora dominavano la scena musicale dell’epoca — si muove in una direzione del tutto personale, anticipando molte delle istanze che avrebbero caratterizzato le avanguardie del Novecento e influenzato profondamente tanto la musica quanto le arti visive.

Aldo Mondino,Turcata, 2004, Courtesy Galleria de’ Foscherari

Pur vivendo ai margini della società e conducendo un’esistenza appartata nel suo piccolo appartamento di Arcueil, Satie anticipa alcune delle intuizioni che diventeranno centrali nelle principali avanguardie artistiche del Novecento, dalle ricerche minimaliste al Surrealismo, fino alla musica d’ambiente e a movimenti radicali di sperimentazione come Fluxus. Le insolite indicazioni che Satie inserisce nei suoi spartiti — espressioni come «aprite la testa» o «con stupore immobile» — richiamano per libertà associativa e autonomia linguistica le sperimentazioni letterarie delle correnti d’avanguardia, anticipando in parte quell’automatismo che sarà poi teorizzato da André Breton nel Manifesto del Surrealismo.

Un atteggiamento ironico, dissacrante e profondamente anticonvenzionale, che testimonia quanto la sua concezione della musica sia in anticipo sui tempi. Le sonorità di Satie sono essenziali e libere, animate dalla convinzione che ironia e silenzio possano essere rivoluzionari quanto la grandiosità e che, in fondo, l’arte possa esistere anche al di fuori delle rigide convenzioni che tradizionalmente la definiscono. L’intenzione di Merci Satie è proprio quella di celebrare l’assoluta genialità del compositore francese, mettendone la ricerca a confronto con quella di Mondino, artista che fa del paradosso, dell’ironia e dell’ambiguità alcuni dei tratti più distintivi della propria poetica.

Merci Satie, Installation view, Foto di Sara Cosimini, Galleria de’ Foscherari 

Nel percorso espositivo, la musica supera la dimensione di mero soggetto iconografico per trasformarsi in un terreno di incontro tra parola e movimento. Il gusto per il paradosso, unito a una vena provocatoria e riflessiva celata dietro un’apparente semplicità, emerge fin dalle prime opere in mostra: una serie di disegni intitolata Merci Satie, in cui colori e forme astratte si dispongono come note su una partitura musicale, trasformando il segno visivo in ritmo e composizione. Le sonorità essenziali e ossessive di Satie — destinate a esercitare una profonda influenza su figure come John Cage — sembrano riecheggiare nella musica ipnotica che accompagna i dervisci di Mondino, colti nell’atto del Sema, il celebre rituale spirituale fondato sulla ripetizione rotatoria del movimento. Attraverso questa pratica, i membri dell’ordine mistico sufi ricercano uno stato di elevazione spirituale e di unione con il divino, in una dimensione sospesa tra esperienza fisica e trascendenza. Come il derviscio ruota attorno al proprio cuore alla ricerca di una dimensione spirituale superiore, così Mondino adotta la ripetizione concentrica come strumento di indagine interiore, instaurando un dialogo con la parte più profonda del proprio essere pittore, per lui alter ego simbolico del derviscio.

Aldo Mondino, Viola d’amore, 1985, Courtesy Galleria de’ Foscherari

Un processo che conduce a una forma di trascendenza in cui gesto, immagine e spiritualità tendono a coincidere. La musica di Satie si trasforma, nelle opere di Mondino, in un’esperienza immersiva e totalizzante, scandita da ritmi serrati e reiterati che danno vita a una danza ipnotica, capace di sospendere le coordinate del tempo e dello spazio. Il ritmo ossessivo dei dervisci lascia spazio a una dimensione più intima ed emotiva in opere come Viola d’amore e Serre, accostate in mostra per dare vita a uno spazio sospeso, dove il movimento vorticoso delle figure danzanti cede il passo a un dialogo silenzioso e raccolto tra due presenze. Allestite specularmente l’una di fronte all’altra, le due opere introducono una pausa nella narrazione musicale, offrendo un momento di sospensione e raccoglimento: un silenzio carico di attesa che sembra precedere l’avvio di una nuova frase melodica. In questo universo sospeso e sognante prende forma un confronto sinestetico tra due mondi apparentemente lontani: da un lato la musica colta occidentale, evocata metaforicamente dalla custodia della viola, dall’altro le suggestioni di un Oriente immaginato e desiderato, richiamate da Serre. Qui, l’opera supera i propri confini fisici attraverso una cascata di orchidee che si riversa sul pavimento della galleria, trasformandosi in una presenza insieme visiva e olfattiva, traccia sensibile di quel mondo “altro” che attraversa gran parte della ricerca di Mondino e dal quale provengono simbolicamente anche i dervisci.

Aldo Mondino, Serra, 2004, Courtesy Galleria de’ Foscherari

L’incessante tensione sperimentale che caratterizza la ricerca di Satie trova un corrispettivo nella volontà di Mondino di confrontarsi con materiali e tecniche tra loro eterogenei. Nella sua pratica convivono infatti cioccolato, caramelle, caffè, bronzo, fiori, ceramica, vetro e pigmenti colorati, impiegati con l’intento di ampliare i confini dell’esperienza estetica e di mettere sullo stesso piano materiali tradizionalmente associati all’arte e altri provenienti dal mondo dell’artigianato e della vita quotidiana. Lontani ma vicini, Mondino e Satie condividono una straordinaria libertà creativa, che li spinge ad ampliare costantemente il proprio sguardo sul mondo e a mettere in discussione i canoni estetici del loro tempo. Una tensione sperimentale che, ancora oggi, contribuisce ad aprire nuove possibilità espressive, superando con coraggio confini disciplinari, linguistici e culturali.

Immagine copertina: Aldo Mondino, Sufi Fleur, 2004, Courtesy Galleria de’ Fosscherari

Sara Cosimini

Sara Cosimini

Storica dell'arte specializzata in Beni Storico-Artistici all'Università di Bologna. I suoi interessi principali sono incentrati sull'arte contemporanea.

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