Fractio Panis: la nuova esposizione del Museo Lercaro
Si intitola Fractio Panis l’esposizione inaugurata lo scorso 26 febbraio e aperta al pubblico fino al 24 maggio 2026 negli spazi del Museo Lercaro. La mostra, a cura di Giovanni Gardini, riunisce le opere di due artisti e un’artista che hanno eletto il pane a principale medium espressivo. Matteo Lucca, Ettore Frani e Daniela Novello — da anni impegnati su questo tema universale — restituiscono, attraverso materiali e ricerche differenti, la propria interpretazione del pane, inteso come simbolo di unione e solidarietà umana.
La simbologia del pane nell’arte ha origini antichissime e va ben oltre la sua concezione di semplice alimento: è un simbolo potente che attraversa secoli, culture e linguaggi visivi. Per questo motivo, la sua presenza nelle opere non è quasi mai casuale, ma carica di significati religiosi, sociali ed esistenziali. Nell’iconografia cristiana, il pane si identifica con il corpo di Cristo, diventando simbolo e prefigurazione del sacrificio compiuto per l’intera umanità. In opere come Il Cenacolo di Leonardo da Vinci, il pane non è un elemento marginale, ma assume un ruolo centrale nella scena, contribuendo a sottolineare al tempo stesso la dimensione conviviale e quella sacramentale. Al di fuori del contesto religioso, il pane nell’arte entra nelle nature morte come simbolo di abbondanza, lavoro e vita quotidiana. Il sacro si mescola così al profano e il pane diventa uno strumento per raccontare le fatiche della realtà sociale: dalla fatica fisica necessaria per procurarselo, alla prosperità domestica, fino a farsi metafora della fragilità della vita, destinata al consumo e alla dissoluzione come ogni cosa materiale.

Non sarebbe scorretto definire il pane un “oggetto ponte”: un dispositivo mobile che dalla quotidianità più umile arriva a essere investito di significati più profondi ed esistenziali. Fractio Panis è un invito a riflettere sulle caratteristiche intrinseche del pane e sulla sua peculiare capacità di mettere in relazione gli esseri umani, anche quando provengono da mondi lontani. Realizzato con ingredienti semplici ma genuini, il pane richiama l’oro del grano, il tepore del fuoco e la purezza dell’acqua: elementi che generano vita e ne scandiscono la ciclicità. La sua dimensione collettiva passa attraverso la stratificazione delle tradizioni tramandate di generazione in generazione, un sapere antico in cui il lavoro è condiviso. Attraverso le poetiche delicate e profonde degli artisti in mostra, emerge un percorso nell’essenza più profonda di questo elemento primordiale, fatto di silenzio e raccoglimento laico. Nelle opere dell’artista forlivese Matteo Lucca, il pane diventa materia plastica per la realizzazione di sculture a grandezza naturale. I suoi “uomini e donne di pane”, talmente realistici da sembrare sul punto di respirare, sono ottenuti tramite calchi in stampi di terracotta — talvolta anche autoritratti dello stesso artista — e racchiudono in sé la straordinarietà dell’imprevisto.

La grande competenza di Lucca si confronta con l’imprevedibilità della lievitazione dell’impasto e della successiva cottura, che genera esiti non del tutto prevedibili, dando vita a opere mai statiche ma in continua trasformazione, soggette al cambiamento e al deterioramento nel tempo. La sua poetica è avvolta da un’aura che si potrebbe definire rituale: il gesto di impastare, modellare e “creare” corpi — ben rappresentato dal video Il tempo delle mani (2022) — rimanda a pratiche antiche e simboliche di condivisione umana, in equilibrio tra individuo e collettività, passato e presente, sacro e profano. La ricerca di Ettore Frani ruota attorno ai temi dell’assenza, della sospensione e del mistero, utilizzando la pittura figurativa come medium d’elezione. Nelle sue opere, come nella serie Omnes de uno pane (2025-2026), concepita appositamente per il progetto, le forme del pane emergono dal buio come lampi di luce, frammenti di materia sospesi nel vuoto, sul punto di dissolversi nell’oscurità.

La raffinata tecnica di Frani — pittura a olio su tavola laccata — fonde il magistrale uso del chiaroscuro di ascendenza caravaggesca con una dimensione introspettiva squisitamente contemporanea, generando opere sospese nel tempo e immerse in una luce che dà forma a uno spazio mentale raccolto, quasi metafisico. La dimensione intima è il centro da cui si dipana la ricerca di Daniela Novello. Attraverso l’uso di materiali non convenzionali e talvolta organici, come pietra, piombo e legno, Novello realizza sculture e installazioni che richiamano la sfera domestica e corporea. Il gesto dell’artista si intreccia con la dimensione condivisa che ritroviamo in opere come Convivio #5 (2018), che trasformano lo spazio museale in un ambiente accogliente e invitano il visitatore a fermarsi e respirare, sedendosi attorno al tavolo per condividere il pane, simbolo di un’armonia e di una condivisione tra esseri umani oggi più che mai necessarie.
Foto copertina: Daniela Novello, Convivio 5, 2018, Ph. Sara Cosimini

