Gioia: domeniche con Beethoven

La Quinta Sinfonia riempie l’Auditorium Manzoni. Nella mattinata di domenica 10 maggio il Teatro Comunale di Bologna ha proseguito con la serie di appuntamenti della rassegna intitolata Gioia: Domeniche con Beethoven. Presso l’Auditorium Manzoni, con una platea gremita in ogni suo ordine, è stato accolto questo nuovo capitolo domenicale, concepito per accostare le nuove generazioni al repertorio del genio di Bonn. Protagonista assoluta della mattinata è stata la Sinfonia n.5 in do minore op.67, una delle pagine più icastiche della storia musicale occidentale, qui accostata, per ragioni di architettura registica, a una preziosa pagina di Johannes Brahms, l’Opus 120 n.1 per viola e orchestra.

L’apertura della mattinata ha visto l’ingresso di due direttori del teatro, Elisabetta Riva e Pierangelo Conte che, dopo aver rivolto un augurio a tutte le mamme presenti, hanno inteso illustrare i futuri spettacoli della stagione, Olympia e Napoli Milionaria. La prima, una nuova opera drammatica attesa al debutto questo mese presso il Comunale Nouveau, che indaga temi di stringente rilevanza contemporanea, quali l’amore al tempo dell’intelligenza artificiale e il ruolo della donna. La seconda, Napoli Milionaria, celebre commedia di Eduardo de Filippo trasposta in opera dalla penna di Nino Rota, offrirà uno spaccato lirico dell’Italia del secondo dopoguerra. Quale percorso propedeutico a quest’ultimo titolo, è stato annunciato l’appuntamento intitolato L’Amico Geniale, curato dal direttore artistico Pierangelo Conte, una narrazione concertata per violoncello e pianoforte programmata per il 5 giugno al Manzoni, che si focalizza sul sodalizio fondamentale tra il drammaturgo e il compositore.

Esaurito il preambolo istituzionale, è salito sul palco il divulgatore Martino Ruggero Dondi, che ha esordito con una fulminante battuta, sollevando l’ilarità e i calorosi applausi del pubblico: ‘’Teatro strapieno per l’opera per viola di Brahms!’’. Con felice ironia, il relatore ha spiegato come le sinfonie beethoveniane si collochino, per ampiezza temporale, in una terra di mezzo, più lunghe delle composizioni settecentesche, ma sensibilmente più brevi dei monumentali affreschi sinfonici del secondo Ottocento. Da qui la necessità di inserire la pagina brahmsiana al fine di incicciottire, per usare una sua espressione, il programma dello spettacolo. Nel passare in rassegna alcuni elementi significativi delle musiche di scena del Maestro di Bonn, Dondi ha consegnato alla platea una profonda riflessione di carattere estetico.

‘’Mitizzare i genitori della musica collocandoli su un altare troppo elevato, produce l’effetto di deresponsabilizzare i contemporanei, allontanandoli da una compiuta comprensione dell’opera. L’obbiettivo dell’ascolto moderno deve invece risiedere nella capacità di affermare quanto segue: io ascolto, capisco e mi entusiasmo.’’

Sedutosi al pianoforte, Dondi ha mostrato la capacità suprema di Beethoven di edificare cattedrali sonore impressionanti, muovendo da una materia prima elementare, quattro note, di cui tre uguali fra loro. Così ha musicato le bozze del compositore, svelandone gli appunti e suonando le progressive modificazioni subite dal tema. Una narrazione espositiva, la sua, dotata di assolute consapevolezza e passione, suggellata infine da una citazione tratta da Ficciones di Jorge Luis Borges: ‘’La fama è la più grande forma di incomprensione’’.

Concluso il preludio teorico, ha avuto inizio il concerto. Il giovane direttore Aram Khacheh è entrato in scena affiancato dal violista Enrico Celestino per affrontare la composizione di Brahms, l’Opus 120 n.1 per viola ed orchestra. Quest’opera, una delle ultime firmate dal compositore, si articola in quattro movimenti, l’Allegro appassionato che si apre con un dialogo serrato tra gli strumenti, seguendo gli stilemi della variazione. Dipoi, l’Andante un poco adagio, un movimento di estrema raffinatezza melodica a sua volta seguito dal terzo, l’Allegretto grazioso, che recupera il sapore di un intermezzo viennese, valorizzando i registri profondi e i chiaroscuri dinamici della viola, magistralmente evocati da Celestino. Infine, il Vivace, l’ultimo movimento che suggella la prima parte della rappresentazione atta a esplorare i tratti di affinità con l’opera beethoveniana.

La seconda parte della mattinata è stata interamente consacrata a Beethoven. Il palcoscenico si è ulteriormente arricchito con l’ingresso degli ottoni rimanenti e, dopo che il primo violino s’è assiso con l’orchestra, ecco cominciare la più famosa di tutte le sinfonie, la Quinta. Tuttavia, l’avvio della celeberrima pagina ha sofferto di un attacco non unisono. Fortunatamente, gli orchestrali e il direttore hanno saputo ritrovare la necessaria compattezza a partire dal secondo movimento, conducendo i successivi tempi con vigore e accompagnando il pubblico verso il radioso finale. Gli scroscianti applausi della platea del Manzoni hanno infine salutato i protagonisti sul palco, decretando la riuscita di un progetto culturale vissuto nel segno della viva partecipazione e riconfermando l’apprezzamento del pubblico felsineo per il genio di Beethoven.

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