Lea Colliva al Museo Ottocento
Sono passati cinquant’anni dalla scomparsa della pittrice bolognese Lea Colliva (Bologna, 1901-1975), che viene finalmente – e meritatamente – celebrata con Ineffabile Lea, la mostra che Museo Ottocento Bologna (Piazza San Michele, 4/C) dedica alla sua figura per ripercorrere, in modo completo e approfondito, tutte le fasi della sua vicenda artistica. Dal 1 novembre 2025 al 16 marzo 2026, l’ampia retrospettiva, curata da Beatrice Buscaroli e Francesca Sinigaglia, propone un percorso ricco articolato tra più di ottanta dipinti, alcuni inediti, per celebrare una delle più significative protagoniste del Novecento bolognese.
Ineffabile, come solo la bellezza può essere e intensa come un’emozione; così si rivela la pittura vibrante di Lea Colliva, artista impetuosa e in continua metamorfosi. Se fino ad oggi la sua produzione è rimasta in parte offuscata dalla presenza di altri artisti (perlopiù uomini) che, come lei, operarono tra la prima e la seconda metà del Novecento, è grazie al minuzioso lavoro di Francesca Sinigaglia che la figura di Lea Colliva acquista lentamente un’altra valenza. Attraverso un’attenta analisi delle fonti critiche e dei carteggi conservati presso l’Archivio della Fondazione Bertocchi Colliva di Monzuno, emerge la storia di un’artista che, a pieno titolo, si inserisce tra le più audaci protagoniste delle sperimentazioni delle Avanguardie del Novecento.

È proprio dai numerosi documenti d’archivio che tutto prende forma: schiva e riservata per natura, Colliva ha affidato alla carta stampata il compito di raccontare la sua opera, lasciando che fossero parole, appunti e fotografie a testimoniare la sua instancabile ricerca sul mondo, esteriore e interiore. Alla sua morte, nel 1975, i numerosi scambi epistolari con amici, familiari e colleghi – nei quali annotava ogni sensazione ed esperienza – iniziano a essere raccolti, ordinati e custoditi da una figura fondamentale: la sorella Renata, che diventa la prima e più attenta archivista della memoria dell’artista. Nate ad un solo anno di distanza – Renata è più grande di Lea di un anno – le due sorelle sono legate per tutta la vita da forte affetto e fiducia reciproca. Si può definire Renata la prima vera sostenitrice dell’arte di Lea, pronta ad appoggiarla e sostenerla, anche nei momenti più difficili della vita.

A rafforzare ulteriormente il loro legame, entra in scena una figura chiave per l’evoluzione artistica di Colliva: Nino Bertocchi (1900-1954). Incontrato nel 1917 durante gli studi magistrali, Bertocchi, giovane pittore anticonformista, diventerà presto uno dei critici d’arte più influenti del Novecento, oltre che cognato dell’artista. La tavolozza di Nino Bertocchi, caratterizzata da colori luminosi e sobri e da una pennellata misurata, lo avvicina ai movimenti che, negli anni tra le due guerre, promuovono un ordinato e sobrio Ritorno all’Ordine, in antitesi con la pittura emozionale delle correnti di rottura come l’Espressionismo e il Cubismo. In questo clima austero e misurato prende forma la ricerca artistica di Lea Colliva. In opere come Paesaggio con buoi davanti alla stalla (1923) e Per la strada, Bologna (1920), si percepisce ancora l’influenza verista di Bertocchi e un’eco della pittura macchiaiola di Giovanni Fattori e Giovanni Segantini.

I primi passi, l’artista li muove in un contesto di forme e figure chiaramente riconoscibili, ancora lontano dagli esiti più avanzati e sperimentali che segneranno successivamente la sua ricerca artistica. Per Colliva, il colore è la rappresentazione di un’emozione che fatica, anno dopo anno, a rimanere sopita; è a partire dagli anni Sessanta che la sua ricerca inizia ad emanciparsi dal naturalismo, evolvendosi progressivamente verso una completa astrazione materica, fatta di solo colore e ritmo. La conquista di questa tanto agognata libertà sembra intrecciarsi con un evento traumatico che segna profondamente la vita di Lea e, ancor più, quella di Renata: la morte improvvisa di Nino Bertocchi nel 1954. Se da un lato questo evento sconvolge profondamente le vite delle due sorelle, dall’altro sembra offrire a Lea la possibilità di emanciparsi dal giudizio del critico d’arte, sentendosi finalmente libera di condurre la sua ricerca verso direzioni più sperimentali.

L’evoluzione, già in atto, si trasforma ora in una vera e propria rivoluzione: le pennellate intense e il colore fauvista di Ora infuocata (1960), insieme al linguaggio sintetico e al segno graffiato di Autoritratto nello studio con le mani sul tavolo (1965), si elevano a pura astrazione. La timida figurazione residua si fonde, nelle opere della maturità, con il colore, trasformandosi in puro movimento e luce. Nata in un contesto di stampo naturalista e figurativo, la ricerca di Colliva approda a tutt’altro orizzonte, raggiungendo la piena libertà attraverso una ricongiunzione ideale e totale con il cosmo e le sue forme. Questa anelata e finalmente conquistata autodeterminazione viene interrotta dalla scomparsa dell’artista nel 1975, lasciandoci con una certezza: l’arte ineffabile di Lea Colliva non è mai stata del tutto domata, restando consapevolmente e orgogliosamente libera.

Foto copertina:Lea Colliva, Autoritratto nello studio con le mani sul tavolo, 1965, ph. Sara Cosimini

