Olympia al Nouveau
Nella serata di domenica 17 maggio, presso il Teatro Comunale Nouveau di Bologna, è stata rappresentata la prima replica mondiale di una delle opere più attese della stagione lirica felsinea, Olympia, frutto del connubio fra il compositore in residenza Nicola Campogrande ed il librettista Piero Bodrato. L’opera, che si inserisce nel triennio di residenza bolognese del Maestro, è decisamente la più particolare a causa dei suoi temi legati alla cibernetica e all’era digitale. La sfida di tradurre in musica l’autocoscienza di una macchina non ha intimorito il direttor Riccardo Frizza, che con il suo giovanile entusiasmo ha brandito la bacchetta ed in capo all’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna ha saputo condurre, sino alla chiusa del sipario, uno spettacolo innovativo.
Parlando dell’opera è bene citare le fonti da cui la narrazione è stata elaborata. Il libretto si ispira al racconto dell’automa meccanico di E.t.a. Hoffmann, già rielaborato anche nell’Olympia di Jacques Offenbach, inserita nell’opera appunto intitolata Les contes d’Hoffmann, ma ne capovolge radicalmente la prospettiva. La protagonista non è più un simulacro inanimato destinato a ingannare lo sguardo dell’uomo, bensì una creatura artificiale antropomorfa, che sviluppa una propria coscienza etica.
Il testo si appropria di parole e temi attuali, declinando la narrazione attorno a concetti come la singolarità dell’algoritmo, titolo inoltre di un brano dell’opera. Il lavoro della regia di Tommaso Franchin ha ricreato un ambiente minimale sul proscenio, valorizzato dalle scene di Fabio Carpene. La scelta delle luci ha guidato i cambi di atmosfera della messinscena, come durante l’innesco del dogma della ginoide, quando il colore rosso, troneggiante sul palco, ha ceduto il passo alle sfumature del viola e del rosa emanate dell’anello al neon posto sopra alla scena. Olympia, interpretata dalla radiosa Isidora Moles, è quindi un androide femmina, una ginoide, come definito dallo scienziato Lamberto Spallanzani, interpretato da Stefan Astakhov, il cui intento è quello di far credere alla ginoide di essere umana. Tutta la prima scena si costruisce attorno alla rilevanza di questo elemento narrativo, presentando inoltre personaggi e vicenda. Nicola Campogrande oltretutto ha saputo inserire nella partitura geniali colpi di xilofono per simboleggiare i glitch della ginoide, alternando rigidi schemi musicali geometrici a momenti in cui la musica prende una cadenza decisamente più distesa.
Il secondo atto dello spettacolo, dopo la pausa, comincia con una graduale presa di coscienza da parte del droide circa la sua condizione esistenziale, subito interrotta dalla carica di scienziati, abbigliati in camici verd’acqua e guanti chirurgici scarlatti, che invadono il proscenio scoprendo delle teche contenenti altri droidi. Quindi prende avvio il canto del Reset, in cui Olympia viene spenta e riportata alla consapevolezza originale di sé. Qui la musica tensiva degli archi acuisce il senso di disumanizzazione della creatura, con un graduale raccoglimento degli scienziati in una soffocante curiosità attorno all’esanime droide. Questo è senz’altro uno dei momenti più elevati della rappresentazione, in cui la narrazione riesce a far breccia nelle menti degli spettatori, inducendole ad una profonda riflessione, circa la condizione interiore di uno strumento dotato d’una apparente umanità. La risposta però non tarda ad arrivare ed ecco Olympia liberarsi delle catene dell’esperimento e iniziare la sua fuga verso la libertà, ultima scena prima della seconda chiusura del sipario.
Con la prima scena dell’atto terminale dell’opera, l’inventore diviene il momentaneo fulcro della tragedia. Intento nella caccia ad Olympia per la villa che ospita le vicende della narrazione e disperato per la sua fuga, l’intreccio si risolve nello svelamento dei piani di Zoltan, interpretato da Eugenio di Lieto, che intende rendere la ginoide presidente dell’Olympia Factory, vera ambizione dietro le sue gesta. L’ultima scena corrisponde alla definitiva presa di coscienza del droide che, mentre le tende diafane poste a copertura d’un fondo fatto di rocce ed alberi si dischiudono, lascia assieme a tutti gli altri automi l’abitazione dello scienziato, per intraprendere il suo cammino nel mondo sulle note del canto Singolarità.
In conclusione l’opera di Campogrande è stata per il comunale un reale successo. I temi evocati, disposti con ragione durante specifici momenti della rappresentazione, hanno indotto con sistematica precisione il pubblico in uno stato di sana riflessione. Il canto, teso a mantenere l’attenzione sui solismi tragici e sulle rime baciate poste a cesello delle frasi, ha accompagnato le introspezioni che hanno caratterizzato i personaggi, senza mai perdere quell’orecchiabilità che ha contraddistinto l’opera. La bravura degli interpreti nell’ambito non solamente canoro, ma anche recitativo e l’originalità di scena e costumi hanno decisamente soddisfatto il pubblico, che al termine dello spettacolo ha incalzato con durevole plauso i numerosi inchini dal palco rivolti alla platea.

