Oratorio Santa Maria della Vita, Genus Bononiae omaggia Bruno Pulga nel centenario dalla nascita

È giusto che Bologna nel 2022 abbia ricordato a lungo e in molti modi un figlio illustre come Pier Paolo Pasolini. Ma il ’22 è stato anche il centenario di una presenza bolognese più appartata come Bruno Pulga.

Se in questi primi giorni di febbraio, che per via di Arte Fiera e di Art City saranno ricchissimi di arte, ma pure un po’ caotici, si volesse trovare uno spazio di contemplazione estetica quasi meditativo, è sempre una buona idea passare dal Santuario di Santa Maria della Vita per vedere il meraviglioso compianto di Niccolò dell’Arca. Se poi da lì ci si volesse spostare al secondo piano della struttura, verso i fasti barocchi dell’oratorio, si potrebbe apprezzare l’ottima idea con cui Genus Bononiae ha voluto celebrare il centenario dalla nascita di Bruno Pulga (Bologna 1922 – 1993).

La mostra Bruno Pulga Ventidue, curata da Mirko Nottoli e allestita all’Oratorio di Santa Maria della Vita dal 21 dicembre 2022 al 19 marzo 2023, è un’occasione per riscoprire un artista legato a uno dei momenti più alti dell’arte bolognese del Novecento, quello dell’Informale. Per usare le parole di Francesco Arcangeli, che a Bologna fu la voce critica più autorevole di questo clima artistico, si trattava di un Ultimo naturalismo, ma non nel senso dell’ultimo tentativo di fornire una visione naturale e verista, piuttosto di un tuffo finale, di un’immersione nella natura concepita come principio generativo e potentissimo.

Bruno Pulga, Testa Paesaggio, 1956, © Collezioni d’Arte e di Storia della Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna

Un quadro di questi artisti, scriveva Arcangeli, «si sente prima di capirlo, vi macchia l’occhio, tocca le regioni del vostro cuore prima di aver raggiunto il cervello che medita e seleziona». Si tratta di una delle molte versioni italiane dell’Informale, tendenza che oltre a presentarsi con impasti cromatici o gestuali di colori privi di una forma definita, era anche una sorta di nuovo patto tra l’uomo e il mondo, di maggiore vicinanza e quasi identificazione, dopo i traumi del secondo conflitto mondiale. Gli Informali dell’Ultimo naturalismo, rispetto ad altri colleghi europei, sembravano mantenere un legame più visibile con la natura, senza farne collassare del tutto le forme. E in effetti, a osservare i dipinti di un artista come Bruno Pulga, si ha l’impressione che le apparenze esteriori delle cose non vengano mai meno, addirittura esprimendosi nei termini di un genere pittorico secolare come il paesaggio.

Uno dei grandi meriti della mostra è però mostrare come Pulga, per quanto getti ancora qualche sguardo alla tradizione paesaggistica, pieghi tutto alle ragioni della materia e del colore, tracciando la parabola di una specie di evoluzione biologica delle sue opere che sembra rispondere essa stessa a un principio di metamorfosi naturale.

Le opere scelte per la mostra, provenienti da una donazione a Genus Bononiae, da parte del nipote di Pulga, Giulio, mostrano che l’artista nei primi anni Cinquanta seguiva il lessico allora molto diffuso del postcubismo, puntando su tralicci e impalcature geometriche che però già in Paesaggio orizzontale (1954) si incrinano e scricchiolano. Da questo momento in poi, Pulga adottò spesso un accorgimento adoperato già da Cézanne, pur con tutt’altra moderazione: il rispecchiamento della parte superiore con la parte inferiore del dipinto, così da contribuire a una sorta di ‘muro’ materico. Su questo muro l’artista, poi, opera per strappi, come accade nel bel Paesaggio padano (1954), in cui la visione generale ricorda una boscaglia, rimasta però un poco scarnificata e priva di qualsiasi immediata riconoscibilità. E qualcosa del genere si può dire anche per il dipinto presente sui banner della mostra, Paesaggio di mattina (1956).

Il principio metamorfico di reversibilità delle forme è evidente nella Testa Paesaggio del 1956, in cui il folto di vegetazione, se ancora si possa dirlo tale, si ‘macchia’ in quattro zone corrispondenti a una specie di volto. Ma nulla rimanda al reale, tutto è teso piuttosto a ritrovare uno scambio fitto tra l’umano e ciò che lo circonda, come se si compenetrassero totalmente. Nei primi anni Sessanta, forse per effetto delle vaste distese di colore dell’ex maestro Virgilio Guidi, la materia di Pulga cambia, si fa rarefatta. I suoi quadri diventano quasi calligrafie orientali, in cui però, sulla tela, quasi vuota, il curioso kanji giapponese (caratteri di origine cinese usati nella scrittura giapponese in congiunzione con i sillabari hiragana e katakana, ndr) si stende orizzontale e assume uno spessore e una granulosità esagerati.

Da queste distese semi-vuote Pulga muove ancora, lasciandosi suggestionare dalle falaises, dalle scogliere delle coste rocciose della Francia, un soggetto trattato anche dal grande Claude Monet. Tuttavia le falaises del bolognese non sono più che due segni, una traccia all’orizzonte e un’altra giù in basso verso il primo piano, sempre resi attraverso una materia pittorica che pare anch’essa obbedire a una dinamica di lenta trasformazione (La grande falaise, 1964). Questo rapporto tra il segno colato e succoso e il vuoto della tela però non durerà, visto che verso la fine degli anni Sessanta, l’artista riempie le sue Composizioni di una materia acconciata brutalmente, come fosse malta fresca stesa dentro una buca.

Negli anni Ottanta, invece, ha la freschezza di spirito per cambiare ancora, sempre sottilmente e lentamente, proponendo intrichi di tracciati luminosi di nuovo al modo di una calligrafia, ma questa volta minuta e capace di espandersi su grandi formati (Luce natura, 1985). 

La mostra si chiude con una sezione dedicata alla grafica, dunque ai disegni e ad alcune stampe, e lascia un’impressione di grande ricchezza negli occhi, come accade con gli autori che meritano attenzione.

*Immagine di copertina) Bruno Pulga, Paesaggio di mattina, 1956, © Collezioni d’Arte e di Storia della Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna. 

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