Palazzo Fava ospita la prima mostra dedicata a Louise Nevelson

Inaugurata lo scorso 30 maggio 2025 nelle sale del piano nobile di Palazzo Fava (Via Manzoni, 2), la grande mostra dedicata a Louise Nevelson (Kiev, 1899 – New York, 1988) si prospetta come un’ottima occasione per approfondire la produzione di una delle artiste più note a livello internazionale, tra le prime in assoluto a trattare il delicato tema della memoria attraverso la scultura, medium maschile per eccellenza, opponendosi strenuamente alla convenzioni sociali imposte alle donne dell’epoca. Il progetto, a cura della storica dell’arte e curatrice Ilaria Bernardi, è realizzato grazie alla fortunata collaborazione tra l’associazione culturale Genesi e la Fondazione Cassa di Risparmio di Bologna e rimarrà aperto al pubblico fino al prossimo 20 luglio 2025. 

I meravigliosi fregi realizzati dai fratelli Carracci fanno da cornice alle monumentali opere di Louise Nevelson, approdata per la prima volta in assoluto a Bologna. L’idea di dedicare una mostra alla sua produzione nasce dalla ferma volontà di dare nuova voce ad una serie di grandi artiste e artisti considerati già anagraficamente storicizzati ma ancora fortemente contemporanei, sia per i temi trattati che per la loro attitudine. Se dovessimo utilizzare una sola parola per riassumere la vita di Nevelson, quella sarebbe senza dubbio “libertà”.

Louise Nevelson, Senza titolo (dett.), 1955, Courtesy Gió Marconi, Milano

Donna emancipata in un mondo di uomini e stereotipi, Nevelson rifiuta per tutta la sua esistenza le catene della società, che la vorrebbero l’angelo del focolare devoto esclusivamente al benessere di marito e figli. Nella monografia che il padre dell’Arte Povera, Germano Celant, le dedica nel 1973, Nevelson viene definita, non a caso, artista “femminile” e “femminista”, proprio per la sua straordinaria capacità di dare vita ad un’arte libera, in grado di raggiungere la totale autoaffermazione in una società di stampo spiccatamente patriarcale. E Nevelson, il posto che detiene, oggi come allora, nel mondo dell’arte, se lo è guadagnato, grazie anche ad una rara e audace caparbietà che le ha permesso di generare un’arte innovativa e fuori dagli schemi.

Louise Nevelson, Untitled, 1964 ca, Courtesy Gió Marconi, Milano

Lo spirito di resilienza anima la vita di Nevelson fin dalla tenera età; nata Lija Isaakivna Berljavs’ka in una famiglia ebraica di lingua yiddish, si trasferisce negli Stati Uniti quando il padre trova lavoro nel campo della compravendita e della costruzione di immobili in legno, assicurando alla sua numerosa famiglia – Louise è la seconda di 4 figli – un ottimo tenore di vita. Fin dai primi anni di scuola passati a Rockland, nel Maine, la ragazza  manifesta uno spirito ribelle e una forte inclinazione per la scultura, per la musica e per la recitazione. A dispetto di quello che si potrebbe credere dati i tempi, il padre non la ostacola, permettendole al contrario di prendere lezioni di pianoforte e canto fin dagli 11 anni. Ben presto però, Louise è costretta a fare i conti con la dura realtà: siamo negli anni Venti ed è ancora impensabile che una donna si possa autoderminare senza un matrimonio alle sue spalle.

Louise Nevelson, The Golden Pearl (dett.), 1962, Courtesy Gió Marconi, Milano

Così, dopo i primi studi, si trasferisce con il marito, Charles Nevelson, a New York, dove, seppur con qualche riluttanza da parte dell’uomo, prende a frequentare assiduamente le neonate gallerie d’avanguardia. Una brutta depressione scuoterà la vita dell’artista a seguito della nascita del figlio Mike nel 1922, dovuta principalmente alla sua impossibilità di accettare di buon grado il ruolo forzato di moglie e madre. Nonostante le difficoltà, Nevelson non smette di frequentare gli ambienti artistici ed è proprio a teatro che incontra due figure che si riveleranno cruciali per la sua esperienza formativa: la principessa Norina Matchabelli e l’architetto Frederick Kiesler. Con la principessa, Nevelson scopre le filosofie orientali, iniziando a dar forma ad un pensiero autonomo che troverà poi una perfetta sintesi nella sua arte. Kiesler, invece, la introduce all’avanguardia cubista che, in quegli anni, va a sostituirsi gradualmente alle correnti di stampo accademico. Nel 1941 Nevelson riprende totalmente in mano la sua vita divorziando dal marito e dedicandosi totalmente all’arte.

Louise Nevelson, City Series, 1974, Courtesy Gió Marconi, Milano

La grande tenacia che la contraddistingue conduce le sue sculture nelle collezioni permanenti di prestigiosi musei come il Moma di New York già a partire dagli anni Cinquanta. Nel 1967, il Whitney Museum di New York le dedica la prima grande retrospettiva che le varrà il titolo di “Grande dame della scultura contemporanea”. Al centro del lavoro di Nevelson, c’è la figura femminile e il rapporto unico che solo la donna è in grado di  intrecciare con la natura più incontaminata. La predilezione per materiali “poveri”, come il legno e il metallo e l’adozione di una palette cromatica ristretta principalmente a tre colori, il nero, il bianco e l’oro, rimanda ad una dimensione fortemente organica di buio, luce e vitalità. Creare, per Nevelson, significa entrare in contatto con la parte più autentica della natura, in un rapporto alchemico, primitivo e libero, che si contrappone al razionalismo tecnologizzato maschile. Nelle sue sculture, i materiali narrano storie di miti e rituali antichi, nelle quali anche gli oggetti di recupero, da lei raccolti e assemblati nelle sculture, vengono avvolti da un’aura magica. Quella di Nevelson è un’arte poetica e viscerale, capace di evocare sentimenti reconditi nascosti nelle profondità dell’animo umano. Femminista ante litteram, Louise Nevelson lotta fino alla sua scomparsa, avvenuta nel 1988, spianando la strada per la parità alle sue colleghe artiste. 

Foto copertina: Louise Nevelson fotografata da Enrico Cattaneo, 1973, Courtesy Gió Marconi, Milano

Sara Cosimini

Sara Cosimini

Storica dell'arte specializzata in Beni Storico-Artistici all'Università di Bologna. I suoi interessi principali sono incentrati sull'arte contemporanea.

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