Ravenna, la Fondazione Sabe per l’arte ospita la mostra “Vortice cosmico”
Vortice cosmico è il suggestivo titolo della mostra inaugurata lo scorso 17 aprile 2025 negli spazi di Fondazione Sabe per l’arte (via Giovanni Pascoli, 31), l’ente culturale con sede a Ravenna che dal 2021 si prefigge l’obiettivo di promuovere e diffondere l’arte contemporanea, con un’attenzione particolare alla scultura. Il progetto espositivo, a cura dello storico dell’arte e curatore Claudio Spadoni, presenta al pubblico un nucleo di opere di Andrea Raccagni (Imola, 1921-2005), in occasione del ventesimo anniversario della sua scomparsa. La mostra, visitabile fino al prossimo 29 giugno 2025, intende approfondire una particolare sfumatura della ricerca plastica dell’artista: la capacità di rendere solide entità gassose altrimenti evanescenti, dando origine ad una profonda e inedita riflessione sulla scultura in senso lato.
Parlando di Andrea Raccagni, risulterebbe complicato (se non addirittura impossibile) circoscrivere la sua produzione ad una corrente ben definita; ciò che è indubbio, è che le sue opere sono in grado di stupire, emozionare e lasciare un segno profondo nell’animo di chi si ferma ad osservarle. Dopo essersi laureato all’Università di Bologna in Scienze agrarie, a partire dal 1941, Raccagni si dedica alla pittura, iniziando a frequentare gli studi d’artista di Tommaso Della Volpe e Anacleto Margotti a Imola e quello di Giorgio Morandi a Bologna, anche se più saltuariamente.

Ben presto Raccagni – affascinato dalle ricerche liminali tra pittura e scultura degli Ultimi Naturalisti di Francesco Arcangeli – sente sempre più strenua l’esigenza di ampliare la sua ricerca; per questo motivo, la sua produzione inizia gradualmente ad emanciparsi dalla bidimensionalità della tela, facendosi sempre più materica e solida. È così che Raccagni, alla fine degli anni Quaranta, approda alla poetica dell’Informale, diventandone uno dei maggiori e più brillanti esponenti. È proprio su questa sfumatura della poliedrica attività di Raccagni che si concentra Vortice Cosmico; scegliendo di presentare in mostra un’accurata selezione di non più di quindici opere, realizzate dall’artista dalla metà degli anni Cinquanta fino agli anni Ottanta, la Fondazione Sabe intende concentrarsi su quella fase di passaggio che ha trasformato il Raccagni pittore di matrice figurativa (anche se già spiccatamente materica) in uno scultore della forma impalpabile.

Instancabile ed eclettico sperimentatore, Raccagni si mostra perfettamente in grado di lavorare con strumenti e materiali agli antipodi: dal ferro al poliuretano, dalle lamiere ai copertoni, dalle lampadine elettriche a disparati elementi naturali organici e non, come foglie, sassi, muschi e tralci di vite. Questa sua sperimentazione, che potrebbe essere quasi definita “schizofrenica”, lo avvicina anche agli stilemi principali sui quali si fonda la ricerca dei poveristi di Germano Celant, rendendo la sua arte complicata da leggere in un percorso evolutivo canonico. Dalla sensibilità eclettica di Raccagni e dal rischio di creare un corto circuito di senso tra opere esposte vicine ma troppo diverse tra loro a livello stilistico, nasce la necessità di una mostra molto selezionata e studiata nei più minimi dettagli. La materia e la natura sono gli elementi sui quali inizia a prendere forma l’arte di Raccagni; nelle sue opere, inserisce elementi “poveri”, di scarto, come edere, radici, papaveri, alghe, sassi e sterpi raccolti durante le sue escursioni lungo i fiumi e i sentieri imolesi.

Sono gli anni Ottanta e la dimensione naturale inizia a non bastare più a Raccagni, che comincia a sperimentare con metalli, sfere, spirali e fiamma ossidrica. La materia si trasforma ancora, da naturale diventa tecnologica e perfino cosmica. Come un chimico, Raccagni sperimenta le varie reazioni tra l’accostamento di materiali diversi tra loro, dando vita ad inaspettati risultati. È con la serie Liberi che l’artista esce definitivamente (e inesorabilmente) dai confini del quadro. Ispirandosi al disastro avvenuto nella centrale nucleare di Chernobyl nel 1986, Raccagni occupa lo spazio con entità gassose altrimenti inconsistenti; i Funghi rappresentano l’esito finale di una natura dominata e trasformata in qualcosa di altro da sé, con echi di una dimensione cosmica e astrale fortemente evocativa. La scultura di Raccagni è una “non-scultura”: la materia perde la sua caratteristica originale di monumentalità in favore di una forma lieve e astratta, che disperde la plasticità tradizionale in un vortice di profondo cambiamento.

Foto copertina; Andrea Raccagni nel suo studio a Imola, 1964, Courtesy Fondazione Sabe per l’arte

